A margine della visita al Salone Nautico, il generale improvvisa un comizio tra la gente nel suggestivo borgo marinaro. Ascoltando le sue parole emerge un quadro diverso dalle narrazioni polemiche: nessun passo indietro sui diritti, ma la richiesta di sostenere quelle donne che rinunciano alla maternità solo per ragioni economiche e solitudine.
GENOVA – Sole, mare e una cornice suggestiva hanno accolto simpatizzanti e curiosi. A margine della visita tra i padiglioni del Salone Nautico di Genova, la giornata ha preso una piega inaspettata quando il generale ed europarlamentare Roberto Vannacci ha improvvisato un momento di confronto pubblico nella piazzetta di Boccadasse.
Un comizio nato spontaneamente, in un clima di festa popolare tra strette di mano e scambi di battute, che ha presto toccato corde profonde e temi di primo piano del dibattito nazionale: in particolare, la tutela della maternità, l’interruzione di gravidanza e il ruolo della Legge 22 maggio 1978, n. 194.
Oltre le polemiche e le strumentalizzazioni
Seguendo con attenzione l’intervento del generale, il primo obiettivo del suo ragionamento è apparso subito evidente: spazzare via dal campo quelle che ha definito ricostruzioni di comodo, volte a dipingerlo come un censore dei diritti individuali.
Vannacci ha rimarcato come le sue tesi siano state spesso piegate e deformate per fini di contrapposizione politica, ingenerando nell’elettorato la falsa convinzione che vi sia, da parte sua, una crociata contro l’autodeterminazione femminile.
Al contrario, il generale ha ribadito con estrema chiarezza che la facoltà di decidere se portare avanti o meno una gravidanza rappresenta un diritto insindacabile della donna, un principio che nessuno ha intenzione di cancellare o mettere in discussione.
Quando la rinuncia è figlia del bisogno
Il fulcro del suo discorso si è spostato così su un piano più intimo e sociale: che cosa renda una scelta davvero libera. Secondo Vannacci, non si può parlare di effettiva autonomia quando la decisione è dettata dall’angoscia, dalla solitudine o dall’impossibilità materiale di provvedere a una nuova vita.
Se da un lato vi sono donne che affrontano questo percorso in modo pienamente consapevole e convinto, dall’altro esiste una platea silenziosa di future madri che vivono condizioni di grave disagio economico, schiacciate dalla paura del futuro e da contingenze materiali sfavorevoli. Donne che, nel loro intimo, desidererebbero accogliere quel figlio, ma finiscono per rinunciarvi perché non scorgono alternative concrete.
È proprio su questa fascia di persone vulnerabili che il generale ha richiamato l’attenzione delle istituzioni e della politica.
Restituire alla Legge 194 la sua funzione originaria
Nel ripercorrere l’architettura della Legge 194 del 1978, Vannacci ha ricordato come il testo normativo non sia nato soltanto per regolamentare l’interruzione della gravidanza, ma per tutelare socialmente la maternità, impegnando la comunità e i consultori a rimuovere gli ostacoli socio-economici che possono indurre una donna a un passo così doloroso.
La vera sfida consiste quindi nel costruire una rete di protezione in grado di dare speranza a chi desidera portare a termine la gestazione: garantire sussidi, alloggi, servizi di assistenza e far sapere a ogni donna che non è sola, ma che la collettività può e deve aiutarla.
Solo garantendo un’alternativa solida e percorribile, ha concluso Vannacci davanti alla platea di Boccadasse, si potrà parlare di una scelta autenticamente libera e consapevole, permettendo alla legge di compiere finalmente la sua missione più nobile.
Firma: Guglielmo Bonanno